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1956 scocca nuda e un po’ ciaccata

18 giugno 2017

Come avevo previsto in tempi non sospetti, trascorso il periodo caldo della corsa al rialzo delle quotazioni della Giulietta, a tenere ancora botta sono gli esemplari più anziani – veloci o normali che siano – e quelle poche mosche bianche dette, una volta su cento a ragion veduta, “conservate”.

In fase calante e dopo circa un decennio di restauri per tutti i gusti, dal filologico al carnevalesco, la febbre d’auto d’epoca riscopre ciò che ai primi sintomi aveva suscitato tutt’al più diffidenza oppure semplicemente uno sguardo sprezzante: le intoccabili! Macchine sopravvissute miracolosamente al passo del tempo, da infilare in una car bubble e ammirare nella loro splendida patina indisturbata.

Nel caso della Giulietta, per motivi che ben sappiamo di queste mosche bianche se ne sentono volare poche poche. E se e quando lo fanno, il ronzio è davvero assordante. Giusto un esempio: per tutto quanto si trova sotto quello strato di polvere ci vogliono la bellezza di EURO 165.000! O almeno questa è la richiesta, non per un passo corto del ’56 o ’57, ma per una III serie del 1961. Scoperto in Toscana, questo spider con appena 22.000 km, vernice e persino decalcomanie originali, è finito in Belgio ed è attualmente in vendita alla Marreyt Classics.

Non voglio commentare l’esemplare, non voglio nemmeno sapere come mai sia stato espatriato: mi farei venire pensieri malsani… questioni di mercato diciamo e chiudiamola lì. Tanto più che non sono il tipo di cliente a caccia di miracolate, anzi. E poi, dicevamo, l’esemplare è quasi al capolinea della produzione, e se come pare a ‘tirare’ altrettanto sono le più anziane, tanto vale puntare a una di queste.

Anche qui, se la volete bella e fatta, cioè già restaurata, i cordoni della borsa vanno allentati per benino: 120k, per quest’anziana signorina in vendita su Autoscout24, da venditore privato di stanza a Milano. “Tra le prime 300 esportate in America” (scommetto che americano è anche lo specchietto) recita l’annuncio; si sofferma poi su alcuni particolare marginali tipici degli esemplari più anziani, ma tace su ciò che conta davvero: numeri telaio e motore, storia dell’esemplare, autore del restauro etc.). Infine, cosa poco rassicurante, non ci sono fotografie né del vano motore né del sottoscocca.

 Mah… sarà pure consuetudine nostrana, la scarsità di informazioni utili a motivare il potenziale acquirente; sarà una tattica per portarti nella tana; sarà pure un esemplare matching restaurato con i fiocchi… sarà. Sta di fatto però che questo modo di presentare un’auto classica mi suona come uno dei tanti campanelli che mi fanno propendere per il fai da te. D’accordo ma dove la trovi una spider del ’56 da restauro? E se la trovi, non è che ti sparano minimo minimo 50 mila euro?

E allora facciamo un’ipotesi estrema, partiamo dalla base: una scocca e un motore, purché corretto, e poi si pedala, pian piano si spalma la spesa e, alla fine, hai la macchina esattamente come la volevi avere. E’ più o meno quanto mi passava per la testa quando, nello stesso giorno, scoprì, da una parte, una scocca nuda e un po’ ciaccata del 1956, di cui avete il numero di telaio nella prima foto in alto e in basso il resto, e dall’altra un motore in vendita, sempre del ’56 appunto: il motore è venduto; la scocca è dal buon Joop e va via per 16k.

Tanto, poco? Voi che frequentate questo blog lo sapete: comunque sia è una strada lunghissima e tutta in salita, diciamo pure una ricetta sul crinale del TSO. Eppure credetemi, ho un paio di amici alfisti che si sono da poco imbarcati in un’avventura del genere, tra il cavalierato e il ricovero coatto, appunto. Auguri a loro e a chiunque sia disposto a sudarsi quelle benedette 7 camice, se bastano, pur di avere la sua bella impossibile.

 

 

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2 commenti leave one →
  1. dario permalink
    21 giugno 2017 8:17 pm

    io ne sudo 50 camicie 🙂 imprese titaniche

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