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Blog autocensurato

5 aprile 2020

 

La mia prima cabrio

29 marzo 2020

1979, Argentina. Il paese è in mano a militari neonazisti supportati con malaccorta discrezione dalla CIA. La mia, famiglia della borghesia urbana benestante, si preoccupa ma non sospetta il genocidio in corso. Noi, poco più che diciottenni e con i mezzi per spassarcela, non ci pensiamo nemmeno.

Papà, che costruisce grattacieli e prova a godersi il risultato di anni di sostenuti sforzi, si gioca gli ultimi anni di un benessere economico che già si annuncia effimero; tuttavia è generoso: non ci fa mancare nulla, anzi. Di fatto di lì a poco il ministro dell’economia della dittatura affonderà il paese improvvisando ricette improntate all’ortodossia liberale, mettendoci tutti a pecorina davanti al FMI. Ma intanto, distrutta l’industria manifatturiera locale e allentati o rimossi i dazi, entrano un sacco di gingilli d’importazione, e a noi giovanotti gaudenti sembra cosa bella e buona.

Il primo, appena diventato maggiorenne, una Kawasaki 650 SR. Ma la mia carriera da motociclista fu breve e si arrestò bruscamente contro una Peugeot 404: senza quell’elmetto integrale Nava, regalo della cara mamma, non ero qui a raccontarla. Fatti i calli alle ossa rotte si pensò alle quattro ruote, ma feci di tutto per non farmi affibbiare un catorcio di fabbricazione nazionale. Inoltre, non volli un’auto anonima, noiosa, “da vecchio”, che tra l’altro avevo già a disposizione: la Ford Falcon di mio padre. Così, ecco il secondo, mi fu regalata una Triumph Spitfire 1500, come vedete di provenienza americana, col brutto bumperone nero.

Divertire mi sono divertito, ma… che dire: uno schifo d’auto. D’estate era impossibile tenere i piedi sulla pedaliera: laggiù diventava presto un forno. Ad ogni buca mi perdevo un pezzo di marmitta e il cambio si ruppe ben due volte. Insomma se l’auto era, almeno di nome, uno ‘sputafuoco’, a starci dietro io ci sputavo sangue. Così l’amore per le auto inglesi durò poco: passai subito a una BMW 318 E21. Gran bella macchinina, ma non era stato amore a prima vista, sicché mi misi a girare, di nascosto, concessionari auto d’importazione, finché vidi… Lei!

La forma a cuneo, il muso rastremato, la sportività ostentata mi sedussero immediatamente, quindi incominciai a trafficare, sempre di nascosto, per arrivare a una permuta con la mia tedesca. Ma mio padre, questa volta, disse no e fu irremovibile. E come dargli torto… vuoi mettere, estetica a parte, la solidità della BMW. Ecco, per quanto non possa certo dire che quel diniego abbia fin da allora determinato quel che sarebbe diventato il mio amore per l’Alfa Romeo, dovette in qualche modo giocare un sua parte.

Anzi due: non a caso, da allora, come auto di tutti i giorni ho cercato di prendere BMW, ma quando si tratta di pura passione c’è solo l’Alfa.

ps. Scusate, facendo le pulizie di primavera è venuta fuori qualche vecchia foto. Ed ecco che dalla storia ti arriva zunamica resacca. Scherzi della 40tena.

Astinenza da guida

22 marzo 2020

Esiste? Pare di no. Eppure, quello che incomincio a sentire dovrebbe avere a che fare con qualcosa del genere. Giunto alla seconda settimana di quarantena, tra le cose che più mi mancano è mettermi al volante di una delle mie auto – classica o moderna fa lo stesso a questo punto – e farmi una corsetta.

Che dico una corsetta… giusto un giretto. Sì perché se si tratta di velocità, di pomparsi adrenalina nel sangue a furia di scatenare cavalli fuorigiro, allora sì, possiamo parlare di dipendenze. Ne sanno qualcosa i molti piloti, di auto e moto, che non ce la fanno a smettere, come il Valentino nazionale o lo sfortunato Schumacher: le hanno provate tutte pur di tenere ghiandole surrenali e ipotalamo impegnati sempre al massimo, spesso facendosi male, come purtroppo si è visto. In questi casi sì, l’adrenalina sembra comportarsi come “una forma di ‘droga’ che dà dipendenza sia mentale che fisica”.

Ma no, non è questo il caso nostro. Con poche eccezioni – spericolati della domenica in pista, gare classiche di velocità – l’esperienza di guida dell’auto d’epoca si riassume in due parole: slow drive. E’ la chiave per godersi la guida in totale relax, immersi nel paesaggio*.

L’adrenalina non c’entra: sono altri gli ormoni che, semmai, si scatenano a bordo di un classico su quattro ruote: l’ossitocina, ormone della tranquillità; la serotonina, del buonumore e un po’ di dopamina, l’ormone del… piacere. Mhhh ecco che ci risiamo, perché anche la dopamina pare abbia a che pare con le dipendenze, ma in modo un po’ diverso. E poi, insomma, in medio stat virtus: è tutto questione di misura.

Se in condizioni di normalità infatti la dopamina cresce prima e nel corso di un’attività gratificante, negli individui dipendenti questo neurotrasmettitore si inceppa e il desiderio di ripetere il comportamento piacevole prende il sopravvento, spingendo la persona a ricercare continuamente la fonte di gratificazione, senza alcun sistema di controllo. (E. Di Paqua, Scienze, 02.02.2010).

A quanto pare il neurotrasmettitore funziona come dovrebbe solo al di sotto della soglia della dipendenza, oltre la quale agisce determinando una pura coazione a ripetere.

Quindi la mia non è una dipendenza vera e propria – se fino ad oggi non mi è capitato di sfidare il coprifuoco e rischiare il 650 c.p. E ci mancherebbe. Ma come la vogliamo chiamare, allora? Mah, diciamo una specie di nostalgia alla rovescia, piuttosto paradossale invero.

Per la vulgata, ‘nostalgia’ passa per parola del greco antico, tant’è che viene usata per descrivere il sentimento di Ulisse, dilacerato tra l’amore per la bellissima Calipso e il desiderio altrettanto prorompente di tornare a Itaca, la sua casa. In realtà si tratta di un composto su modello greco (νόστος [nostos] «ritorno» + άλγος [algos] «dolore») coniato da un tale Hofer, studente di medicina svizzero, che nel 1866 l’usò nella sua tesi di laurea per descrivere la malattia che colpiva i soldati suoi connazionali costretti a lottare lontani da casa.

Così come teorizzata da questo studentello piuttosto sveglio, “la nostalgia è una forza potentissima, un legame che trascende lo spazio e il tempo”; quella forza che “esiste da sempre e da sempre ci attrae perennemente all’indietro […] che sia un luogo o uno spazio non importa”. Non dunque una forza banalmente retrograda, ma precisamente quella forza che – proprio mentre siamo trascinati verso un futuro per definizione ignoto e brutalmente segnato dalla nostra finitezza – tiene il presente legato a luoghi, persone e oggetti perduti nel tempo, e così facendo lega le persone tra di loro e le lega ai tempi in cui quel ‘loro’ era anche e soprattutto un ‘noi’.

Perciò il sentimento non è poi così paradossale. Tolto il fatto che ora muove in senso inverso e anziché spingerci verso casa tende ad allontanarcene, a ben vedere, nel nostro caso, per tutti noi almeno, quell’oggetto inanimato, venuto dal passato, incarna quel legame e quindi ci porta sempre, ovunque siamo diretti, verso casa, nel luogo distopico dove la passione si fa comunità e l’incontro con l’altro trascende il tempo e lo spazio.

A pensarci bene, credo che questa lettura neutralizzi persino quella più tragica ma in fin dei conti più banale, secondo cui, essendo tutti in quarantena, più che case le nostre dimore sarebbero diventate vere prigioni. In realtà questo ci capita praticamente sempre, ogni volta che ci vien voglia, discretamente la nostalgia ci visita e, come dice Erri, si fanno presenti persone e luoghi e mentre ci mettiamo al volante della nostra bella, anche per fare un giretto, siamo già in buona compagnia.

Un giretto… cosa non darei :-/

 

* La foto è tratta dal sito Slow Drive, che ringrazio.

 

E io rilancio da casa

15 marzo 2020

Proprio mentre scrivo, la casa d’aste Aguttes di Parigi espone al Centro convegni Champerret di Parigi i lotti (ecco il catalogo) che alle ore 15 PM andranno al miglior offerente. Tra questi il pezzo più ghiotto è l’Alfa Romeo Giulietta SZ coda tronca #00197 del 1962 con un passato sportivo di tutto rispetto.

Venduta nuova a Bologna nel ’62, la #00197 debutta lo stesso anno alla 1000Km di Parigi guidata da Giampiero Biscaldi e Romolo Rossi per la Scuderia Sant’Ambroeus. L’anno successivo partecipa alla 24 ore di Le Mans e nel 1964 – passata a Girolamo Capra – prende parte alla Targa Florio, corre a Nürburgring e al Mugello e si fa svariate cronoscalate. Prima di cederla a Danilo Parnetti, che nel 1966 porterà a termine la stagione sportiva dell’esemplare, Capra ottiene un 6° posto assoluto a Monza.

Nei primi anni ’80 viene acquistata dal collezionista giapponese Yoshi Hayashi e una ventina d’anni più tardi la ritroviamo nella collezione di Bruce Bradburn, che poi la cede a Peter Hageman, il quale nel 2008 la iscrive al Concorso d’eleganza di Pebble Beach. Due anni più tardi viene esibita a Rétromobile e venduta a un collezionista francese, che la riporta in pista per partecipare al Trofeo Nastro Rosso e alla 5° edizione di Le Mans Classic.

L’auto appare a quel punto bisognosa di cure, quindi nel 2011 viene smontata e trasferita presso la Alfaholics in GB, dove affronta un restauro completo che la riporterà alla configurazione esibita ai tempi d’oro di Le Mans. Dove tornerà a gareggiare nel 2014, prima di passare nelle mani di Jean Brandenburg, che la condurrà ancora in pista in tre occasioni nel 2018, prima di passare e miglior vita a febbraio dell’anno scorso. Fine della cronaca; ma la storia continua.

Rieccola pronta a passare nelle mani di qualche fortunello dalle tasche profonde. Sì, perché le quotazioni di questo modello non si sono mai fermate e la stima d’asta descrive una forbice tra i 500 e i 750K. Quindi statene certi, il titolo è una battuta: non rilancerò 🙂

Ma non c’è solo lei. Se avete dato un’occhiata al catalogo (link sopra) avrete notato, a p. 182, una Giulia Spider blue del 1964. E’ la AR378160 (del motore non si fa parola) restaurata nel 2008 e con all’attivo solo 10.000 Km. E poi a p. 224 una Giulia Sprint GT del 1965 (AR612590) che conta fra i suoi proprietari lo stesso Jean Brandenbourg, quindi anch’essa con passato sportivo, ben ostentato dalla bellissima livrea. La base d’asta è 60 – 80k per la prima e 35 – 40k per la seconda.

Chiude il reparto alfista niente meno che una 4C rossa con soli 587 km da nuova, offerta con una base d’asta di 50k e una stima ottimistica fino a 70. Colpisce soprattutto la location incantevole scelta per il servizio fotografico e la qualità stessa delle fotografie.

Ma anche in questo caso mi asterrò dal rilanciare, anche se la Sprint GT mi fa davvero gola. Forse, insomma… non è il momento. E proprio per questo sarà interessante vedere come va a finire quest’asta, la prima del nuovo corso che l’emergenza imporrà senz’altro anche al mercato delle auto d’epoca. Con quali effetti lo si vedrà nei prossimi mesi.

Corona batte Classic

8 marzo 2020

C’è poco da stare allegri. Il paese è fermo: chiuse scuole e università, cinema e teatri, palestre e stadi etc. Su intere aree vige il divieto di accesso o di allontanamento e un po’ ovunque le città incominciano ad assumere un aspetto spettrale. Siamo il IV paese più colpito e il picco non è stato ancora raggiunto.

Ovviamente, per le manifestazioni motoristiche non va diversamente: come da decreto, le gare di regolarità e le mostre scambio in programma per la prima metà di marzo sono tutte annullate o rinviate. In qualche caso a settembre, in altri, molto ottimisticamente, ad aprile: i più prudenti hanno scelto la dicitura “a data da destinarsi”.

Eh sì, perché siamo legati a doppio filo all’andamento della curva epidemiologica: se nella prossima settimana i contagi non rallentano, è chiaro che marzo potrebbe essere troppo corto. Cosa possiamo fare? Ben poco. Ma proprio per questo, quel poco va fatto e bene. Lasciamo le nostre macchinine in garage e usciamo il meno possibile.

E se proprio dobbiamo, stiamo attenti alle misure di sicurezza, in particolare a quella che ci riesce più difficile osservare: la distanza di sicurezza o droplet (Parola inglese che di fascino ne ha ben poco: letteralmente ‘gocciolina di saliva’). Lo dico perché negli ultimi giorni di cari amici affettuosi e colleghi espansivi ne ho incontrati, e prontamente respinti.

Lo ripeto dopo il patetico quanto inutile assalto all’ultimo treno di questa sera, perché qualcosa mi dice che da noi si farà molta più fatica a contenere la diffusione del virus rispetto alla Cina o a qualunque altro paese in cui lo Stato, anziché spronare gli imbecilli a tenere comportamenti irresponsabili a furia di fughe di notizie, li segue uno ad uno con i droni.

E poi insomma… siamo più o meno tutti quanti dei baby boomers, quindi c’è poco da scherzare. Passerà anche questa, ma da ‘Giuseppi’ in giù abbiamo sottovalutato la cosa (e come si è visto c’e ancora chi continua a farlo) e siamo partiti tutti un po’ in ritardo, quindi se vogliamo limitare i danni dobbiamo darci da fare, facendo, appunto, tutto il possibile, possibilmente da casa.

festa-donna_2020

🙂

A presto.

Donare un’Alfa Romeo

16 febbraio 2020

Qualche settimana fa arriva sul Blog il commento di una signora in cerca di qualcuno disposto a prendersi cura della Giulietta 1600 del 1981 appartenuta al padre: aveva in mente l’atto generoso e liberale della donazione. Possibile? Mica mi avrà scambiato con Papa Francesco… 🙂

La ricontatto per accertarmi, intanto, che ne valga la pena. Mi arrivano tre foto: tutt’altro che un rottame, anzi. Tenuta sempre in garage, anche se ferma da oltre un decennio, l’auto sembra a posto ed è verniciata in un bel blue con interni beige ben conservati. E per di più va a benzina: fosse stato un naftone… Rispondo in tutta onestà e mi complimento pure con la signora perché mi sembra davvero un bel pezzo:

E’ molto bella, in un combo cromatico sopraffine, ben tenuta. Ed è Targata Milano!!!

Cooomplimenti

Mi lasci organizzare e avrò molto piacere di visitare il vostro garage.

Grazie infinite

A presto

Non saprei dire quale effetto abbia sortito la mia risposta (scommetto che un’idea ve la state facendo), ma sta di fatto che passa qualche giorno e la signora mi fa sapere che qualcuno ha inserito la retromarcia. Pare che un altro membro della famiglia abbia altri piani per la Giulietta: molto prosaicamente, venderla. E come dargli torto!

Ci siamo andati vicini. Peccato. Ma vorrei comunque ringraziare la gentile signora, semplicemente per averci pensato, per il gesto, comunque vada a finire. Donare un’alfa è qualcosa di grande: ci vedo la forma più pura – non solo simbolica – di quel collante che tiene insieme una comunità di appassionati.

Del resto, se ci sono dei nodi è meglio che vengano subito al pettine, perché l’istituto della donazione, così come regolamentato dal Codice civile, nasconde una serie di insidie che è bene tenere presenti prima di formalizzare l’atto. Insidie che, ancora, se l’oggetto è un’Alfa siamo sempre ben lieti di dover affrontare.

Donate gente, donate…

 

Giù la lista, subito!

9 febbraio 2020

Nella settimana in cui si abbatte su di noi quella calamità paraculturale che con coprofonica cadenza intrattiene circa 10 milioni di italiani e ne umilia 50, vorrei parlarvi di un’altra calamità, più intima, che pure colpisce indistintamente tutti gli amanti dell’auto d’epoca: la Guerra ACI contro ASI.

Perché trovo quanto meno spiacevole e quanto più deplorevole l’ennesimo rinfocolarsi della diatriba è presto detto: perché mi pare si scontrino non nell’interesse degli appassionati di quel mondo che son preposti a rappresentare e difendere, ma per quella torta, fatta di tesseramenti, certificati etc. che vale qualche milione di euro l’anno. Si tratta insomma, tanto per cambiare, in parole semplici di capire a chi va il diritto di mungerci e con quali strumenti.

Certo, calamità è parola grossa, in origine riservata ai disastri naturali, semmai ce ne mancassero. Ebbene temo sia proprio questo il punto: in Italia assistiamo da spettatori più o meno vaccinati a spettacoli miserandi, imbastiti con i soldi nostri, e questa ci sembra cosa naturale. Calamità su calamità, siamo alla calamitas.

Così paghiamo la RAI per sorbirci spazzatura, come paghiamo le nostre auto e continuiamo a pagarle, vita natural durante, attraverso l’imposta di possesso detta ‘bollo’ e alla pompa con accise dalle fragranze coloniali; e quando poi sono abbastanza vecchie paghiamo ancora per farle promuovere a veicoli “di interesse storico e collezionistico”, che lo siano effettivamente oppure si tratti di gasodomestici spompati da avviare sanamente alla rottamazione. Naturalmente, abbiamo ciò che ci siamo meritato.

Ma sarebbe anche ora di finirla. Di renderci conto che assistere inermi all’ennesimo scontro ci rende conniventi con un sistema di poteri e poterucci che sta minando alle fondamenta il motorismo storico. Bisogna reagire, chiedere a gran voce una mediazione che metta da parte gli interessi degli uni e degli altri e farla finita con questa guerra, in cui ad andare di mezzo sono come di regola coloro che mai l’avrebbero voluta. Ognuno faccia un passo indietro: l’ACI la smetta di sparare a zero e accetti il ruolo dell’ASI, non solo perché sancito da una legge dello stato, ma anche in ragione della sua storia; l’ASI accetti l’idea della lista e si metta subito al lavoro per definirne i criteri di composizione. E’ solo questione di tempo: prima o poi la politica, a fini eco-elettoralistici, ne imporrà l’introduzione: meglio giocare d’anticipo.

Dal titolo qualcuno potrebbe concludere frettolosamente che ho fatto mie le argomentazioni del Presidente ACI Sticchi Damiani. Non è così. Ne riscatto semmai l’idea della lista chiusa. Non perché il mio cuore sia, com’è, vicino al RIAR – guarda caso unico ente certificatore ad averne redatta una – ma perché era e rimane una mia vecchia convinzione, la cui difesa mi costò, in tempi non sospetti, l’espulsione da un Forum.

Al quesito se una Fiat Punto avesse un futuro come storica” risposi di sì: “reincarnata in frigoriferi, lavastoviglie etc.” Ebbene oggi, purtroppo, la mia battuta acquista pezze d’appoggio che con l’ironia (se non quella della sorte) hanno ben poco a che fare: svenduto e incasinato l’ILVA, tutta quella ferraglia vecchia che rotola ancora per le strade farà presto gola. Conservarla? Intanto per iniettare un po’ di lievito nella torta, beh sì d’accordo. Ma per che cosa? Per svendere a nostra volta un’idea populisticamente annacquata e persino feticistica di ‘democratizzazione’ del motorismo storico (conservare ogni singolo esemplare superstite di ogni modello di ogni casa costruttice?!)? Ne vale la pena?

[IN PROGRESS]

 

Fausto’s Spider Fuel Tank

2 febbraio 2020

Diffido del mio serbatoio benzina restaurato. Devo averlo detto a Fausto, non ricordo quando; forse al tempo in cui avevamo messo su il progetto di farne una riproduzione in acciaio inox, giunto alla fase di prototipo e finito lì. Sta di fatto che qualche settimana fa mi arriva una bella sorpresa: ci ha pensato lui!

Zitti zitto se ne è venuto fuori con questa bella riproduzione del serbatoio della Giulietta Spider, in ferro verniciato, come l’originale, con un rivestimento interno a proposito del quale mi assicurano che si tratta di una nuova vernice, non semplicemente fuel proof ma in grado di resistere agli acidi di un Alien ferito.

Perché diffido del mio vecchio serbatoio? Beh non soltanto perché, nel mio caso, al tempo se ne era occupato un tipetto di Padova o giù di lì, che mi si era avvinghiato alle costole per poi rivelarsi un volenteroso ladruncolo di bassa lega. Non mi fido più che altro perché non credo che un serbatoio sessantenne – che nel tempo oltre a benzine di ogni tipo potrebbe avere ospitato minestroni di additivi chimici – possa essere “lavato” internamente. Meno ancora mi convince il trattamento con tankerite, che funziona alla grande su piccoli serbatoi, ma dubito possa arrivare in ogni anfratto e aderire in modo tenace e duraturo su un serbatoio complesso e di oltre 50 litri come quello della Giulietta.

Avete mai visto com’erano fatti all’interno? Le foto sono del serbatoio di una Sprint veloce e provengono da un post dell’AlfaBB (Thanks GTD: great pictures!). Direi che rendono l’idea. Ecco perché ogni volta che faccio benzina ci penso: quanto ci vorrà prima che incominci a staccarsi del materiale, mi si incasini il circuito e/o si intasi il filtro? Ecco perché mi son detto che non sarebbe un’idea malvagia mettersi in garage un ricambio più affidabile, pronto a prendere il posto del vecchio. L’alternativa di lusso è il serbatoio in acciaio inox, ma ci sono tre fattori che non finiscono di convincermi.

Prima cosa il colore. Verniciare l’acciaio inox si può, ma è una rogna e a meno che non si ricorra a processi industriali come l’incoprocess (che prevede la deposizione anodica di ossido di cromo elettrolitico) i risultati sono discutibili. Seconda cosa, se ci avete fatto caso tutti i serbatoi, compreso l’ottimo pezzo della OKP in foto, hanno i fianchetti dritti, mentre nel serbatoio originale sono convessi – e questo, come abbassi la testa, verniciato o meno che sia lo vedi subito. Terza e ultima: costano troppo!

Il campione d’incassi lo produce Mr Fiat e viene 1500 Euro e rotti, più spese di spedizione e doganali. Quello sopra ha un costo più contenuto: 1.180, niente tasse in questi caso: viene dalla Germania. In Italia i ragazzi di EpocaCar ne hanno uno in vendita a 1.285 e francamente, non solo per puro patriottismo (ma anche perché li trovi alle fiere), volendo proprio l’inox comprerei da loro. Eppure, come detto sopra, preferirei averlo nero, il serbatoio, con i fianchetti come l’originale e, non da ultimo, risparmiare qualcosa. Ecco perché prenderò quello del buon Fausto. Eccolo: è già in primer!

Per chi non lo conoscesse, Fausto Fiorucci è un ottimo lastratore, ma non solo. Di auto d’epoca ne ha riportate in vita parecchie, comprese svariate giuliette. Ed è anche particolarmente meticoloso nell’eseguire lavori di precisione, di quelli che richiedono, oltre alle competenze e all’esperienza, il buon arte di arrangiarsi a risolvere problemi sulla marcia, come capita in fase di rimontaggio di un’auto restaurata nuts and bolts: è stato lui, infatti, insieme agli altri ragazzi della OFG, a rimontare la mia Giulietta. Ecco perché, anche quando le foto non parlassero da sole, di lui mi fiderei serenamente.

Ecco il prodotto finito… e testato a pressione: pronto da montare. Domande: c’è anche il filtro? Su questo in foto sì, anche la guarnizione in piombo, e siccome io ne ho uno in più, a me non serve, quindi sì, affermativo. Quanto mi costa? Beh, con Fausto abbiamo una lunga consuetudine e spesso finiamo per scambiarci ricambi. Comunque il risparmio c’è, altrimenti non staremmo qui a parlarne.

Se interessati lasciatemi due righe e riparte la produzione.

UPDATE dell’ultima ora: nel frattempo Fausto ne ha sfornato un altro, quindi il serbatoio è immediatamente disponibile.

 

 

Giulia Veloce da copertina vendesi

26 gennaio 2020

E’ pronta a passare di mano la Giulia Spider veloce protagonista del servizio di Automobilismo d’Epoca n° 48 di giugno 2009, che tra l’altro ebbe gli onori della Copertina. Si tratta del telaio AR*390708*, con motore di primo equipaggiamento AR00121*02412*.

L’esemplare, costruito il 29. 4. 65, ha avuto tre proprietari: venduta in Svizzera nel ’66, è stata rimpatriata e immatricolata ad Aosta nel 1995 e dall’aprile del ’96 si trova a Genova nelle mani del suo attuale proprietario. Nel 1998 è stata omologata RIAR (# 626) e nel 2000 ha ricevuto la targa Oro ASI (# 13162); ha anche la Carta d’identità FIVA CSAI. Dciciamo che da questo punto di vista non è certo a corto di credenziali, anzi.

La vettura ha beneficiato di un restauro conservativo fedele alle specifiche di fabbrica, completo di meccanica, carrozzeria e capote, svolto da personale specializzato in Alfa Romeo d’epoca. Ovviamente e stata riverniciata nel suo colore originale Biancospino PF013. Gli interni sono come devono essere: in finta pelle elastica nera, con imbottitura nuova per i sedili, le moquette sono in lana rossa. Il cruscotto è in ottimo stato e lo stesso dicasi del volante a tre razze: vien voglia di sedersi davanti e girare la chiave!

Il resto viene da sé: il rombo del 1600 alimentato dai due webers DCOE2 preannuncia il godimento senza pari di guidare la versione più potente del mitico spiderino del Portello, associato alla serena consapevolezza di avere sull’avantreno un impianto frenante efficiente… a disco: tutt’altra musica rispetto alla frenata “telefonata” dei tamburi 🙂

Non ha caso, in pochi anni questo modello è passato a essere uno dei più ambiti e ricercati. Non solo per quanto accennato sopra, ma anche perché essendo l’ultimissima versione, alla sicurezza e all’affidabilità va aggiunto il confort di guida, che la rende adatta anche a chi non è disposto a re-imprare a guidare per godersi la propria auto d’epoca. In aggiunta, abbiamo anche l’unico optional disponibile al tempo: il tettuccio rigido originale Pininfarina in tinta.

Ebbene sì, questo gioiellino è su mercato. Per chi fosse interessato, lascio qui intanto la scheda del veicolo in PDF. Vi lascio anche una piccola galleria con altre immagini, introdotta da questa stupenda foto che la ritrae sul porto di Genova.

Per i contatti sapete già come funziona: lasciatemi un commento qui sotto e vi risponderò a stretto giro con i dati del proprietario.

 

Mendoza: Rally de las Bodegas

19 gennaio 2020

Cari amici bentrovati. Riprendiamo dopo una lunga pausa, reduci da un viaggio in Argentina, più precisamente a Mendoza, città molto bella ai piedi delle Ande di cui vi lascio qualche foto in galleria. Oltretutto, non è solo passeggiate in montagna e vino: ci sono anche fior di manifestazioni motoristiche!

Come il Rally de las Bodegas, gara di regolarità che si svolge ogni anno a marzo, per un percorso di ben 700 Km, con partenza dal centro città (l’Hotel Park Hyatt Mendoza), passaggio a Lujan de Cuyo, dove si concentrano alcune delle migliori cantine, la Valle de Uco (dove trovate il resto, tra cui quel “mausoleo” del vino che è la Salentein – vedi galleria), per spingersi fino a Uspallata, un paese situato in un’oasi sulla strada verso il confine cileno.

Certo, portarsi la propria vettura presumo sia cosa complicata oltreché onerosa. Ma se il costo dell’iscrizione (u$s 2.600) non vi scompone (a me un po’ sì), ci sono agenzie pronte a mettervi a disposizione un’auto d’epoca, da scegliere tra MGB, Fiat Osca Spider o Triumph TR3.

Le strade sono impervie e non tutte le vetture possono farcela. Questa F355, comparsa una mattina di gennaio proprio davanti a casa mia, non sarebbe del tutto adatta, ma mi conferma che anche in Argentina ci sono un sacco di belle auto d’epoca.

C’è però un problemino: visitare tutte quelle cantine e rimanere a bocca asciutta perché si deve guidare? Mah, diciamo che mi prenoterei come navigatore 🙂

Bon, vi lascio una piccola galleria di immagini, tanto per cambiare ‘paesaggistiche’. Ci sono tipici panorami andini, fino a 4000 m.s.l.m., interni di cantine, cantine e ancora cantine.

A presto.